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Una sedia vuota

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Ci ha lasciato la settimana scorsa Tecla Dozio, che tutti i milanesi conoscono come “la libraia della Libreria del Giallo”, anche se la libreria l’aveva chiusa ormai da diversi anni. Ebbi la fortuna di conoscerla pochi giorni dopo il mio arrivo a Milano: ero finito in un pensionato universitario a pochi passi dalla sua sede, che allora stava in piazza San Nazaro in Brolo. La incontrai subito esplorando i dintorni, e divenne una tappa fissa dei miei giri, anche se il me stesso ventenne era un po’ intimidito da Tecla e dall’occhiataccia che mi aveva lanciato quando incautamente le avevo fatto ordinare una rivista dall’estero e poi, sentito il prezzo, avevo fatto marcia indietro. Ma continuai a frequentarla, anche dopo che fu costretta a spostarsi altrove.

Non mi dilungherò sull’importanza grandissima e innegabile che Tecla ha avuto per la narrativa gialla in Italia: su questo si sono già espresse persone ben più qualificate di me. Vorrei però aggiungere che la sua attività di patronaggio si è estesa anche alla fantascienza: un genere che sicuramente non amava quanto il giallo, ma che ha comunque molto aiutato, ospitando nella sua libreria numerose presentazioni ed eventi, che erano sempre occasioni di scambi e conoscenze. Grazie a Tecla ho avuto la possibilità non solo di incontrare di persona uno dei miti della mia adolescenza, il grande Robert Sheckley, ma addirittura di mangiare una pizza insieme a lui. Al nostro tavolo sedeva anche un altro personaggio appassionatissimo di fantascienza. Chiacchierammo a lungo, alla fine della serata saltò fuori che era Giuseppe Lippi, già allora curatore di Urania. Mi disse di mandargli un curriculum, e così iniziò la mia collaborazione con la testata, che dura ormai da una ventina d’anni.

Insomma, a Tecla devo molto, e penso proprio di non essere il solo. Purtroppo fu costretta a chiudere la sua attività. Quando le chiesi perché, mi disse che era stanca di dover chiedere periodicamente contributi agli amici, dato che la libreria non si reggeva da sola, e tutto l’aiuto che era riuscita a ottenere dal Comune era una sede in affitto in una viuzza decentrata dove non passava mai nessuno se non i clienti abituali. Ma anche dopo aver chiuso ed essersi trasferita in Lunigiana continuava a venire a Milano per presentare i libri. E tra noi si diceva: “Andiamo da Tecla?”. E ci si andava, senza neanche sapere quale fosse il titolo. Perché sapevamo che ne sarebbe valsa la pena, persino se libro e autore non erano un gran che: ci avrebbe pensato lei, con la sua verve, a renderli interessanti. E alla fine della presentazione lei avrebbe avuto un sorriso o una battutaccia per ciascuno dei presenti. E avremmo scherzato sul fatto che, per quanto la sala fosse piena, ogni volta rimaneva una sedia libera da qualche parte, come per un ospite invisibile.

Ciao Tecla. Ci era mancata la tua libreria, tu ci mancherai di più.